“I contagi scompariranno.
Un giorno, come per miracolo, scompariranno”
-Donald Trump-
“Il coronavirus sarà la Chernobyl
di Trump” titolava il New York Times appena due giorni fa lasciando intendere
le catastrofiche conseguenze di una serie di errori di gestione da parte del
presidente degli Stati Uniti. Ritardi ed errori che hanno esposto Trump a
critiche pesanti costringendolo a dichiarare in fretta e furia l’emergenza
nazionale e lo stanziamento di fondi federali per far fronte all’emergenza. Dopo
il disastro di Chernobyl si attivò quella macchina propagandistica che tentò
invano di rassicurare il mondo prima di crollare e ammettere i propri errori e
la portata catastrofica di quello che era successo. Oggi, a 34 anni di
distanza, in una situazione totalmente diversa anche l’amministrazione Trump ha
provato a minimizzare i pericoli di una epidemia senza precedenti perdendo
tempo in una lotta che di tempo ne concede poco.
Le dichiarazioni – Secondo
un sondaggio condotto da YouGov, il 68% degli americani sarebbe preoccupato per
la diffusione del virus e per le sue conseguenze. Trump, però, sembra far parte
di quel 32% che non se ne cura e mentre si diffondeva nel mondo quel senso di
vulnerabilità di fronte ad un nemico invisibile, il presidente degli Stati
Uniti si è scagliato contro tutto e tutti pur di minimizzare quel che stava
accadendo. Si è scagliato addirittura contro l’Organizzazione Mondiale della Sanità
colpevole, secondo lui, di diffondere il panico con dati lontani dalla realtà. Nel
momento più drammatico, quando tutti i leader politici hanno messo da parte la
retorica per concentrarsi sui fatti, Trump ha portato avanti la sua campagna di
sfiducia verso tutti: scienziati, giornalisti e stato. In un momento drammatico
come questo il presidente ed il partito che rappresenta, e che rappresenterà
alle prossime elezioni, avrebbero dovuto basare le proprie scelte di governo su
solide evidenze scientifiche. Ancora una volta, invece, ha prevalso la
propaganda. Come prevalse a Chernobyl, 34 anni fa, quando il regime sovietico
diceva al mondo che tutto stava andando bene.
“Ho parlato con molta
gente e ritengo che il tasso di mortalità sia molto al di sotto dell’1%” ha
dichiarato Trump a ‘Fox News’ il 5 marzo scorso aggiungendo che “molte persone
che contrarranno il virus si riprenderanno rapidamente, senza neanche andare
dal medico. Possono anche continuare ad andare al lavoro.” Il presidente della
più grande potenza mondiale, insomma, affronta questa epidemia basandosi sulle
sue intuizioni. È arrivato persino ad ipotizzare di “testare l’efficacia del
vaccino anti influenzale” per contrastare il virus. E mentre nel mondo si
cercava di correre ai ripari, in un'altra intervista Trump riportava come un
successo della sua amministrazione i pochi casi registrati negli Stati Uniti. Segno
che le sue intuizioni fossero corrette. Segno che, per dirla con le parole del
presidente americano, “i contagi scompariranno. Un giorno, come per miracolo,
scompariranno”.
I ritardi – Su una cosa,
però, Trump aveva ragione. Grazie alla sua amministrazione negli USa si sono registrati solo un centinaio di casi. Non per merito, però. Dall’inizio dell’emergenza e fino allo
scorso weekend, negli Stati Uniti erano stati fatti circa 2.000 tamponi su una
popolazione totale di 331 milioni di abitanti. L’Italia, con una popolazione di
60 milioni di persone, ne ha fatti 36.000. La Corea del Sud 161 mila su 51
milioni di abitanti. È evidente come i numeri registrati oltreoceano non
possano essere in nessun modo riportati come un successo dell’amministrazione
Trump. Ma, nell’anno delle elezioni, tutto deve essere fatto passare come un
successo in una interminabile campagna elettorale giocata sulla pelle dei
cittadini. Perché mentre il presidente parlava di successo e puntava il dito
contro il resto del mondo per gli inutili allarmi, il virus si diffondeva a
macchia d’olio.
È bastato, per capirlo, l’arrivo
di qualche tampone in più negli ospedali americani. 75mila più un numero
imprecisato destinato a laboratori privati consegnati lo scorso weekend. Un
numero di gran lunga inferiore ai quasi due milioni annunciati dall’amministrazione
ma che è bastato a far schizzare il numero di casi. Nella sola New York, i casi
sono passati da 11 a 75 in due giorni costringendo il governatore Cuomo a
dichiarare lo stato di emergenza. E mentre Trump continuava a sostenere che “nulla
va chiuso. Vita ed economia devono continuare”, gran parte degli stati hanno
deciso di seguire l’esempio della Grande Mela. Un segnale rivolto al presidente
per convincerlo a prendere provvedimenti più severi e fargli capire che il
virus non è come “una semplice influenza”. Per oltre un mese Trump ha anteposto
ai fatti oggettivi pericolosi miti trasformando le prime fasi, quelle più
cruciali per contenere l’epidemia, in una costante propaganda senza azioni
concrete. “La risposta degli Usa al coronavirus è stata perfetta” è stata la
litania ripetuta all’infinito fino allo scorso weekend e ricorda in modo
sinistro il “l’Unione Sovietica non commette errori” che seguì la catastrofe di
Chernobyl.
Il cambio – A Chernobyl,
dopo settimane di menzogne, la macchina della propaganda si inceppò e fu
costretta a rivelare al mondo una catastrofe che non poteva più essere
nascosta. Gorbačëv fu costretto ad ammettere la portata disastrosa dell’incidente
ma non smise di incolpare l’occidente per la campagna d’odio con cui cercava di
screditare l’URSS. Negli Stati Uniti, Donald Trump sta facendo lo stesso. Nel
momento in cui la situazione non era più gestibile in altro modo ha cambiato
toni e ammesso la gravità della situazione. L’11 marzo l’OMS ha dichiarato che
la diffusione del virus è ufficialmente una pandemia. Una dichiarazione che ha
messo in allarme tutti i paesi che ancora non erano stati colpiti e che,
inevitabilmente ha costretto Trump ad una vorticosa inversione.
Poche ore dopo l’annuncio dell’OMS,
Donald Trump è apparso in televisione per pronunciare un discorso alla nazione
sull’emergenza coronavirus. Senza abbandonare la retorica propagandistica e
ricordando la grande risposta data fino ad ora dalla sua amministrazione, ha
chiesto agli americani di stare a casa. Ha ammesso che la situazione è seria,
che gli anziani sono a rischio e che “siamo in un momento critico nella lotta
contro il virus.” E se una settimana prima sbeffeggiava chi prendeva misure
drastiche alla fine ha dovuto ammettere anche lui, nel passaggio più drammatico
del suo discorso, che quelle misure sono necessarie. “Non esiterò mai” ha detto
“a prendere tutte le misure necessarie per proteggere la vita, la salute e la
sicurezza del popolo americano. Metterò sempre al primo posto il benessere
dell'America.” Poi l’invito, che stride con la sua politica fatta di odio e
attacchi, a “mettere da parte la politica, fermare la partigianeria e unirci
insieme come una nazione e una famiglia.”
Costretto con le spalle al
muro Trump ha dovuto cambiare rotta. Dopo mesi di accuse, bugie e negazioni ha
dovuto arrendersi all’evidenza. Lo ha fatto con le parole, lo sta facendo con i
fatti dichiarando lo stato d’emergenza e stanziando 50 miliardi di dollari. Una
capriola che potrebbe valergli un oro olimpico ma potrebbe costargli molto caro
politicamente. Innanzitutto in termini di credibilità, con questo cambio di
idee improvviso che potrebbe non giovare alla sua immagine in vista delle
elezioni di novembre ma anche, e soprattutto, per la capacità di gestire una
situazione critica. Trump ha di fatto fallito totalmente la gestione dell’emergenza.
Ha sottovalutato la minaccia nel momento in cui serviva lo sforzo di contenimento
maggiore. Ha ridicolizzato chi provava a far notare la gravità della
situazione. Ha interpretato, in un pericolosissimo teatrino, il suo personaggio
gridando al “complotto” dei media e definendo una “montatura” il quadro della
situazione per poi arrendersi all’evidenza e tirare il freno a mano a un passo
dal burrone. All’improvviso il coronavirus è diventato “un nemico comune. Il nemico
del mondo”. All’improvviso Trump ha ammesso la gravità della situazione. All’improvviso
l’America è indifesa. All’improvviso. Ma non troppo.

Commenti
Posta un commento