A chi trova se
stesso nel proprio coraggio
A chi nasce
ogni giorno e comincia il suo viaggio
A chi lotta da
sempre e sopporta il dolore,
Qui nessuno è
diverso, nessuno è migliore.
A chi ha perso
tutto e riparte da zero
Perché niente
finisce quando vivi davvero.
A chi resta da
solo, abbracciato al silenzio
A chi dona
l'amore che ha dentro
-Fiorella Mannoia-
L’Italia non è un paese per
donne, lo dicono i numeri. Dal 2000 ad oggi sono state oltre 3.200 le vittime
di femminicidio in Italia, 94 solamente nei primi 10 mesi di quest’anno: ogni
72 ore, nel nostro paese, una donna viene uccisa in contesti familiari o
amorosi. Ma il femminicidio non è che l’immagine più drastica e drammatica di un
fenomeno più ampio e sommerso fatto di abusi e prepotenze. Si tratta di una
vera e propria emergenza che coinvolge tutto il paese, dalla Valle d’Aosta alla
Sicilia.
Non è amore – La Polizia
di Stato ha pubblicato il rapporto “Questo non è amore” con cui dal 2016, in
occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, diffonde i
dati relativi alla violenza di genere in Italia. Dati che non sono per nulla
incoraggianti e che confermano una situazione estremamente grave: ogni giorno
88 donne sono vittime di violenza, una ogni 15 minuti. Dati agghiaccianti che
lasciano basiti e attoniti, incapaci di capirne il motivo. Un vero e proprio
bollettino di guerra in cui, nel 61% dei casi, il carnefice è l’ex partner
della vittima. E mentre la politica grida all’invasione e alla violenza portata
dagli stranieri, i dati diffusi dalla polizia tracciano un quadro totalmente
diverso dalla retorica elettorale: il 74% delle violenze è fatta da uomini
italiani, nati e cresciuti nel nostro paese. Una realtà dunque ben diversa da
quella sbandierata ai fini del consenso da qualche politico in perenne campagna
elettorale, una realtà che va presa seriamente e compresa a fondo per poterla contrastare.
Oltre alle violenze, però, c’è
anche un gesto ancora più estremo. L’espressione femminicidio, coniata di
recente per eliminare il termine “omicidio passionale” che quasi giustificava l’aggressore,
può essere attribuita ai soli casi di commissione di un atto criminale estremo
che porti all’omicidio, perpetrato in danno della donna “in ragione proprio del
suo genere”. Negli ultimi 10 anni, infatti, i casi di femminicidio sono rimasti
pressoché stabili ma quello che sembrerebbe essere un dato positivo diventa
ancor più sinistro a fronte del fatto che, nello stesso periodo, gli omicidi
con vittime di sesso maschile sono diminuiti del 50 per cento. Come per le
violenze, anche nel caso estremo del femminicidio il responsabile è la persona
che dice di amare. Nel 60% dei casi l’omicidio è commesso dal partner o dall’ex
partner, uomini con un’idea malata di amore accecati da una gelosia incontrollabili
ed incapaci di accettare le decisioni prese dalla partner.
Ma in quello che appare come
un quadro sempre più drammatico e preoccupante arriva, da questi dati, un
piccolo barlume di speranza. Una nuova consapevolezza e determinazione delle donne.
Una maggiore coscienza dei delitti subiti, una rinnovata propensione e fiducia
nel denunciare quanto accaduto. Crescono infatti le donne che hanno il coraggio
e la forza di dire basta alle violenze e di denunciare i loro carnefici alle
forze dell’ordine.
Codice rosso – Una
nuova forza che deriva, probabilmente, anche dalla presa di posizione del
legislatore nel nostro paese. A partire
dal 1996 sono stati numerosi, infatti, gli interventi legislativi in materia di
violenza di genere volti a contrastare quello che è un problema “per le donne”
ma non può rimanere solo un problema “delle donne”. Se inizialmente la
fattispecie di reato comprendeva principalmente la violenza sessuale, l’evoluzione
normativa ha seguito con qualche ritardo l’evoluzione del fenomeno fino ad
arrivare ad una legge articolata e più complessa che include le varie
sfaccettature del fenomeno. Nell’agosto di quest’anno si è giunti, con 197 sì e
47 astenuti, all’approvazione della legge 69/2019, la cosiddetta legge “Codice
Rosso”, che prevede importanti modifiche ed inasprimenti di pena.
Tra le novità più importanti,
è previsto una velocizzazione per l’avvio del procedimento penale per alcuni
reati tra cui i maltrattamenti in famiglia, stalking e violenza sessuale, con
l’effetto che saranno adottati più celermente eventuali provvedimenti di
protezione delle vittime. La legge prevede, infatti, che i pubblici ministeri
ascoltino chi ha presentato una denuncia per maltrattamenti o violenza in
famiglia entro massimo tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, che
avviene nel momento stesso in cui una persona si presenta alla polizia. Se i
magistrati dovessero confermare le violenze hanno la possibilità di condannare
il responsabile a una pena detentiva tra i tre e i sette anni con la
possibilità di aumentare del 50% la pena se il reato viene compiuto in presenza
di un bambino, un disabile o se l’aggressione è stata armata.
Con la nuova legge sono
inoltre state aggiunte 4 fattispecie di reato. La prima, e più innovativa, è
quella che riguarda il cosiddetto “revenge porn”, ovvero la pubblicazione e
diffusione di materiale privato con contenuto sessualmente esplicito senza il
consenso della persona ritratta. Un meccanismo crudele che spesso scatta dopo
una rottura provocando inestimabili danni all’altro soggetto, solitamente
donna. Come è accaduto nel caso, tristemente noto, di Tiziana Cantone, ragazza
napoletana che si tolse la vita nel 2016 dopo che il proprio ex fidanzato aveva
diffuso online un filmato privato a sfondo sessuale che la ritraeva. Le pene
sono, anche in questo caso, severe e prevedono la reclusione per un minimo di
un anno fino a un massimo di 6. Il legislatore ha inoltre previsto ammende
anche per chi contribuisca alla diffusione del video ricaricandolo o condividendolo
ed un aumento della pena se il responsabile è il coniuge o l’ex partner.
Proprio la mamma di Tiziana aveva accolto entusiasta questa modifica del codice:
“mi piace pensare” aveva detto “che Tiziana in questo momento ovunque si trovi
stia sorridendo”.
Tra le altre innovazioni introdotte
con il “codice rosso” vi è la previsione di pene severe per chi sfregia una
persona sul viso deformandone l’aspetto come nei casi, purtroppo noti alle
cronache, di aggressioni con l’acido. Se la vittima sopravvive all’aggressione,
il responsabile può essere punito con la reclusione da 8 a quattordici anni. Se
la vittima dovesse perdere la vita, invece, la pena è l’ergastolo. Una posizione
forte e decisa quella del governo su questo tema che però ha sollevato alcune perplessità
tra cui quella di Lucia Annibali. La donna, sfregiata con l’acido su ordine del
compagno e ora deputata del gruppo “Italia Viva”, ha lamentato i limiti di
questo provvedimento: “sul piano della tecnica normativa” ha commentato in un’intervista
“sembra si dica che alcuni tipi di lesioni sono più importanti di altri che
magari hanno una eco mediatica inferiore e dunque vengono considerati meno
rilevanti”.
25 novembre – La
violenza di genere è, con interventi più o meno riusciti, sempre più al centro
del dibattito politico e mediatico e, allo stesso modo, deve essere un tema
centrale per l’intera società. Dal 1999 le Nazioni Unite hanno istituito per il
25 novembre la “Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza
contro le donne” nel tentativo di sensibilizzare e formare i cittadini di tutto
il mondo al rispetto di ogni donna. Una ricorrenza di cui, oggi più che mai,
abbiamo bisogno. Una ricorrenza che, però, non può finire il 25 novembre ma
deve necessariamente continuare anche nei 364 giorni successivi. La violenza
sulle donne è infatti una piaga profondissima e più che mai attuale della
nostra società e non può bastare la solidarietà di un giorno a fermarla. Serve
una piena e profonda presa di coscienza del fenomeno, una vera e propria
rivoluzione culturale che tolga per sempre dalla testa di qualche “uomo” la sua
superiorità rispetto alla partner. Ben vengano certo le panchine rosse in
memoria delle vittime, ben vengano i cortei e i flash mob, ben vengano le mostre
e tutte le altre iniziative che in questi giorni riempiono l’Italia. Ma non possiamo
permetterci di ridurre il tutto ad una solidarietà a gettone. Una solidarietà
da attivare solo in occasione di una ricorrenza e poi riporre in un cassettino
della nostra mente in attesa del 25 novembre successivo o di un fatto di
cronaca eclatante. Facciamo di questo 25 novembre una base su cui costruire il
futuro di questo paese. Un futuro in cui nessuno debba più subire violenze per
il suo essere donna. Perché sia ogni giorno il 25 novembre. Fino a quando,
finalmente, non ci sarà più bisogno di un altro 25 novembre.

Commenti
Posta un commento