“Essere dalla
parte delle donne vuol dire lottare per costruire una società egualitaria,
in cui essere
uomo o donna sia «indifferente», non abbia alcuna rilevanza.
Non perché
essere uomo o donna sia la stessa cosa,
ma perché sia
gli uomini sia le donne sono esseri umani
che condividono
il meglio e il peggio della condizione umana.”
Le discriminazioni di genere, nel mondo, sono purtroppo
ancora all’ordine del giorno. Non fa differenza il mondo del lavoro dove il “gentil
sesso” continua ad essere vittima di stereotipi che rendono la donna
particolarmente svantaggiata rispetto ai colleghi. Le lavoratrici risultano
essere vittime di una vera e propria “segregazione occupazionale” che vede
interi comparti del mondo lavorativo riservati agli uomini con evidenti
differenze sulle prospettive di carriera e sui guadagni. Si tratta, in quest’ultimo
caso, del cosiddetto “gender pay gap” (divario retributivo di genere) ossia la
differenza tra i salari medi lordi riservati alle donne e agli uomini.
Europa – L’Unione Europea, attraverso il proprio
ufficio statistico ‘Eurostat’, tiene regolarmente aggiornati i dati sulla
retribuzione media nei vari stati membri calcolando contestualmente il divario di
genere che si registra fornendo così una panoramica della situazione al livello
comunitario. Una panoramica che si basa esclusivamente sui salari e cerca di
tracciare un quadro di quelle che sono le differenze retributive senza tener
conto di altri fattori. Si tratta infatti, per quanto riguarda i dati Eurostat,
del cosiddetto “gender pay gap unadjusted” calcolato solamente in base alla
retribuzione senza tener conto di altre componenti che possono influire sul divario
come per esempio l’accesso all’istruzione, il tipo di occupazione svolta, il
numero di ore lavorative. Quello che ne emerge è comunque un quadro sicuramente
poco rassicurante.
La media dell’Unione Europea mostra infatti come, a
livello comunitario, le donne percepiscano il 14,5% in meno rispetto agli uomini.
Per ogni euro guadagnato da un uomo, insomma, una donna guadagna 85 centesimi.
Ma non sono pochi i paesi ad essere al di sopra della media europea, ben otto
paesi (10 considerando Regno Unito e Svizzera) risultano infatti avere divari
maggiori del 14,5%. Il poco onorevole primato nella classifica europea delle disparità
salariali se lo aggiudica l’Estonia con un divario del 22,7% ma a sorprendere
di più è, probabilmente, la seconda posizione. Dopo il paese baltico infatti
troviamo la Germania dove gli uomini guadagnano in media il 20,9% in più
rispetto alle donne. È come se, nella prima economia europea, le donne lavorassero
due mesi e mezzo senza ricevere lo stipendio. Un’eternità. È il cosiddetto “equal
pay day”, la giornata che segna il momento in cui ogni anno le donne cominciano
simbolicamente a smettere di guadagnare se confrontate con i loro colleghi
uomini. L’Unione Europea, per quest’anno, ha fissato come data il 4 novembre.
Due mesi senza stipendio.
Italia – In un Europa con cifre esorbitanti l’Italia
è tra i paesi più virtuosi. Dai dati dell’Eurostat emerge infatti come nel
nostro paese il divario sia estremamente più basso della media europea e si
attesterebbe intorno al 5%. Meglio di noi farebbero solo Lussemburgo (4,6%) e
Romania (3%). Un dato che sembra essere estremamente incoraggiante ma che
diventa maggiormente allarmante se analizzato in combinazione con altri
fattori.
Per quanto riguarda la retribuzione, bisogna inevitabilmente
scorporare il settore pubblico da quello privato. La forte presenza femminile
nel comparto pubblico, dove i contratti per legge presentano condizioni eque, abbassa
infatti sensibilmente l’indice che sarebbe estremamente più levato considerando
solo gli stipendi elargiti da aziende private. Secondo gli ultimi dati Istat,
infatti, il vero problema sarebbe proprio qui. Nel settore privato le
lavoratrici italiane guadagnano in media il 29% in meno rispetto ai colleghi
maschi. Il dato frutto delle minori possibilità di carriera delle donne in un
settore in cui gli uomini occupano in genere posizioni più elevate. In Italia,
infatti, considerando solamente il privato i dati indicano la presenza di un
73% di manager di sesso maschile contro un 27% di donne. Il settore privato,
dunque, rappresenta il vero problema nel sistema lavorativo italiano per quanto
riguarda le disparità di salario. Un abisso nelle retribuzioni tra uomo e donna
che, se considerato da solo, ci porrebbe in coda alle classifiche europee. Si
arriva così al secondo problema occupazionale in Italia, che contribuisce ad
abbassare l’indice generale: la distribuzione del lavoro.
Stando ai dati forniti dall’istituto di ricerca
socio-economica ‘Censis’, in Italia le donne che lavorano sono 9.768.000 e
rappresentano il 42,1% degli occupati complessivi. Lontane sia dalla media
europea, sia dal tasso di occupazione maschile (75%). Con un tasso di attività
femminile del 56,2% siamo infatti all’ultimo posto tra i Paesi europei, guidati
dalla Svezia dove il tasso è pari al’81,2%. Quasi la metà delle donne italiane
insomma, non è occupata. Un dato che deriva, soprattutto, dall’eterno divario
tra nord e sud. Se nelle regioni settentrionali infatti l’occupazione femminile
è superiore al 60% (primato per la Provincia autonoma di Bolzano con il 73%) al
sud cala vertiginosamente e si attesta intorno al 30-35%. Un divario che fa
crollare le stime totali sull’occupazione femminile nazionale. Poche donne
impiegate, insomma, e più della metà nel settore pubblico. Sono questi due
fattori che, combinati, ci permettono di avere un “gender pay gap” da far invidia
ai migliori paesi europei. Ma basta spostare un po’ il tappeto per trovare la
polvere. È evidente, infatti, come esistano problemi enormi e strutturali che
non vengono considerati nelle stime di Eurostat ma che rendono il nostro paese
decisamente meno virtuoso di quanto appaia.
Percorsi lavorativi più accidentati e spesso frammentati.
Difficoltà nel far carriera. Redditi inferiori. E, come se non bastasse, il
divario non si riduce nemmeno dopo gli anni lavorativi. Censis ha infatti
tentato di valutare il divario pensionistico evidenziando come anche in questo
ambito le donne percepiscano meno degli uomini: “Nel 2017 le donne che
percepivano una pensione da lavoro erano poco più di 5 milioni, con un importo
medio annuo di 17.560 euro. Per i quasi 6 milioni di pensionati uomini
l’importo medio era di 23.975 euro.” La disparità tra uomini e donne è un
fattore che incide fortemente sullo sviluppo della società in cui viviamo producendo
effetti sull’intera popolazione riducendo la produzione economica e
costringendo le donne, soprattutto in vecchiaia, a dipendere da sussidi pagati
con soldi statali. Combattere la
discriminazione di genere nel mondo del lavoro è dunque un modo non solo per
eliminare una disuguaglianza ingiustificata e lontana dai nostri tempi ma anche
e soprattutto per favorire una crescita economica del paese.
Secondo il Word Economic Forum, per azzerare le
diseguaglianze nel mondo lavorativo serviranno 250 anni. Ma a guardare, ancora
una volta, i dati dell’Eurostat la situazione sembra promettere bene. In tutti
i paesi europei, il divario salariale nella fascia di età tra i 18 e i 35 anni
è al di sotto della media comunitaria del 14%. Considerando solo gli under 25 in
alcuni paesi si inverte addirittura il trend (Belgio -2,8%; Francia -3,6%). Dati
che fanno sperare in un cambio di rotta per un futuro in cui le donne possano
guadagnare quanto gli uomini. Un eccesso di ottimismo? Forse sì. Ma sognare non
costa nulla. E ci piace sognare un mondo in cui come dice la filosofa Michela
Marzano:
“essere uomo o
donna sia «indifferente», non abbia alcuna rilevanza.”

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